“Le fiamme e la ragione”: 421 anni fa, a Roma, il tragico rogo di Giordano Bruno

6' di lettura 18/02/2021 - Giordano Bruno muore a Roma il 17 febbraio 1600, esattamente 421 anni fa. Muore in quel tragico rogo di Piazza Campo de’ Fiori (così chiamata, già allora, perché vi si svolgeva il quotidiano mercato dei fiori) che tragicamente simboleggia, diremmo, la fine del Rinascimento; e l’avvio di quella fase di temporanea stagnazione intellettuale, immediatamente posteriore al Concilio di Trento, che s’attenuerà solo nel Seicento. Secolo ingiustamente bistrattato, troppo spesso visto, dagli studiosi (non solo per quanto ha riguardato l’Italia) sotto i profili unicamente della Controriforma, dello spagnolismo, dell’Inquisizione trionfante su “streghe”, “maghi” e spiriti liberi (e, perciò, eretici: come Bruno, appunto, poi Campanella e Galileo).

Nativo di Nola, nel Napoletano, figlio di Giovanni Bruno, uomo d’arme, e di Fraulisa Savolino, Bruno – battezzato col nome di Filippo, cambiato poi in Giordano all’entrata da chierico, a 17 anni compiuti, nel convento napoletano di S.Domenico Maggiore – a Roma, nelle carceri del S.Uffizio, arriverà il 27 febbraio 1593, a 45 anni. Reduce – dopo una vita tanto errabonda e infelice quanto, però, fieramente condotta – dalle altre carceri della Repubblica veneta: dove era stato condotto, nel 1592, in seguito alla denuncia per eresia presentata, nei suoi confronti, dall’invidioso patrizio veneziano Giovanni Mocenigo (che dal 1591 l’aveva ospitato in casa perché “gli insegnasse l’arte della memoria ed inventiva”). Dal maggio del ’92 all’autunno del ’93, Bruno (considerato peggio d'un nuovo Lutero) è processato dal Tribunale veneto: che ha letto la maggior parte dei suoi libri (dalla commedia “Il Candelaio” allo “Spaccio della bestia trionfante”, sino ai celebri dialoghi “Degli eroici furori”), e l’accusa, compessivamente, di disprezzare tutte le religioni, non ammettere la distinzione in Dio delle 3 persone della Trinità, avere opinioni blasfeme su Cristo, non credere alla transustanziazione (il dogma, cioè, della trasformazione dell’ostia nel corpo di Cristo durante la messa), negare la verginità di Maria e dispezzare i dottori della Chiesa, ecc…E, passando a temi piu’ scientifico-filosofici (sui quali pure, come sappiamo, la Chiesa dell’epoca pretende il monopolio della conoscenza: inizierà a rivedere le sue posizioni solo decenni dopo, anche in seguito agli ingiusti processi a Bruno e a Galilei): di sostenere che il mondo é eterno e che vi sono mondi infiniti (in questo, Bruno veramente precorre Einstein e i teorici dell’antimateria), di credere alla metempsicosi (la dottrina, di origini orientali e pitagoriche, sulla “trasmigrazione delle anime”, che, peraltro, la chiesa dei primissimi secoli non aveva condannato) e di attendere all’arte divinatoria e magica (discipline, queste, al cui fascino il Nolano effettivamente aveva ceduto: salvo, poi, rinnegarle decisamente in tribunale).

Bruno, in sintesi, è un libero pensatore: con radici fortemente cristiane (è stato sacerdote nei Domenicani), di formazione aristotelica ma attratto (come tanti altri intellettuali rinascimentali) dal neoplatonismo, con forte interesse per la scienza ( soprattutto fisica, astronomia e cosmologia) ma sensibile al fascino della cultura mistico-magico-esoterica, e specialmente dell’antica sapienza egizia. Di mentalità laica, quindi in contrasto coi suoi tempi, che vedono – specie dopo il trionfo di Lepanto sui turchi - lo strapotere universale della Chiesa; fautore, però, d’una filosofia civile tutt’altro che laica, anche se, nelle sue peregrinazioni per l’Europa, dal 1578 al 1591, egli aspira a proporsi come laico, “machiavelliano” consigliere, di autocrati illuminati come Enrico III di Francia, Elisabetta I d’Inghilterra e Rodolfo II d’Asburgo. E’ in una parola, un uomo del Rinascimento: coi suoi molteplici interessi e, soprattutto, le sue tante, a volte anche contrastanti, suggestioni e passioni. Teologicamente, anche se egli non rinnegherà mai in pieno il cristianesimo (in verità sinceramente, non per paura dei tribunali), possiamo definirlo soprattutto un panteista, che acutamente scorge la scintilla divina in ogni entità dell’universo, vivente o meno. Viaggia, diremmo oggi, tra Epicuro, il suo allievo Lucrezio (l’autore del celebre “De Rerum natura”) e l’olandese Baruch Spinoza (1632-1677): l’ebreo controcorrente, panteista, che sarà scomunicato dalla sua gente, e, sulle orme proprio di Giordano Bruno, proclamerà chiaramente “Deus sive natura”.

E’, comunque, quanto basta (a dir poco!) all’ Inquisizione romana per reclamare, a settembre 1591, l’avocazione a Roma della causa contro Bruno: avocazione cui, dopo varie esitazioni, il Collegio della Serenissima presieduto dal Doge, dà l’assenso a gennaio 1593 (a questo ha contribuito, incautamente, lo stesso Nolano, proclamandosi disposto - in un eccesso di autostima - a difendere personalmente la sua causa davanti al Tribunale romano). Il 19 febbraio 1593, Bruno esce dal carcere veneziano, e, sbarcato ad Ancona, viene poi tradotto a Roma, dove entra nel carcere del S.Uffizio il 27 febbraio. Inizia, così, un processo estenuante, quasi kafkiano, che durerà ben 7 anni: nel quale Bruno – un po’ come già Socrate ad Atene - si difende abilmente e vigorosamente, alternando coraggio, a volte anche spavalderia, a momenti di comprensibile, umana prostrazione. A gennaio del 1599, pressato dal cardinale (futuro santo) Roberto Bellarmino, a Bruno vien chiesto di rinnegare 8 delle sue proposizioni, ritenute maggiormente eretiche: dopo vari tentennamenti, il 21 Dicembre egli rifiuterà. Seguirà, il 20 gennaio 1600, l’ordine di Papa Clemente VIII di condannare il filosofo in quanto “eretico formale, impenitente e pertinace". L’8 febbraio, questa sentenza di condanna al rogo viene letta formalmente al Nolano nel palazzo del cardinale Madruzzi in Piazza Navona: levatosi in piedi, Bruno (come documentato dagli atti del processo) commenta, rivolgendosi ai giudici, che forse il timore che essi provano comminandogli questa sentenza è maggiore di quello che prova lui stesso ricevendola.

La sentenza viene eseguita la mattina del 17 febbraio 1600, in periodo di carnevale: Bruno è condotto dalle carceri pontificie di Tor di Nona (piu' o meno lo stesso edificio dove, al giorno d’oggi, han sede importanti uffici operativi antimafia del Viminale, e il Museo criminale) in Piazza Campo de’ Fiori; dove, “spogliato, nudo e legato a un palo, fu bruciato vivo” (“Doc.romani” sul processo, XXIX).

Il monumento a lui eretto il 9 giugno 1889, fortemente voluto, in chiave anticlericale, dalla Massoneria (che, allora, esprimeva anche il Presidente del Consiglio, Francesco Crispi), con la celebre epigrafe dettata da Giovanni Bovio ("A Bruno/il secolo da lui divinato/qui/dove il rogo arse"), al di là dell'anche eccessiva esaltazione, positivista e ottocentesca, della figura del Nolano, testimonia per sempre che cosa significa il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie idee, sino alle conseguenze piu' estreme. Il monumento è opera dello scultore romano Ettore Ferrari (1845-1929, anche Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia), cui si devono altre grandi sculture, come anzitutto il monumento a Mazzini sull'Aventino; e che ebbe un figlio, chiamato proprio Giordano Bruno, anch'egli artista e, in seguito, partigiano nella Resistenza romana, fucilato nel maggio del '44 a Forte Bravetta.

E proprio questo monumento, nel 1928- '29, avrebbe dovuto essere abbattuto dal Governo su richiesta della Chiesa, che ne aveva incluso la rimozione tra le richieste ufficiali per firmare il Concordato. Se il "Bruno" di Ettore Ferrari è rimasto al suo posto a Campo dei Fiori, lo dobbiamo a Giovanni Gentile: l'ideologo del fascismo che tuttavia, in quel momento, a un Mussolini possibilista sull'eliminazione del monumento rispose che il fascismo, pur firmando il Concordato, non poteva compiere un gesto del genere, che avrebbe significato ripudiare completamente lo spirito laico e modernizzatore del Risorgimento.


di Fabrizio Federici
redazione@vivereroma.org





Questo è un articolo pubblicato il 18-02-2021 alle 01:16 sul giornale del 19 febbraio 2021 - 121 letture

In questo articolo si parla di cultura, articolo, Fabrizio Federici

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.me/bODE